La musica in Sardegna dall’antichità al Seicento

Una serie di incontri che si snoda dall'età nuragica al Seicento iberico. La prima tappa di un viaggio in un intrigante mondo sonoro che ci riporta a un passato antico, ma non distante.
Cantigas de Santa Maria

Le tracce più arcaiche

Suoni lontani, catturati nel buio del tempo. Fin dal Settecento, il tema dell’origine della musica in Sardegna è stato ampiamente dibattuto, con l’elaborazione di ipotesi basate su fonti molto limitate. All’inizio del Novecento, quando gli studiosi iniziano a occuparsi delle musica isolana con interesse sempre maggiore, diventa evidente che, tra le regioni italiane, la Sardegna sia tra quelle che ha conservato più gelosamente gli usi e i costumi musicali primordiali. L’Isola, infatti, è stata capace di raccogliere un raro e prezioso materiale musicale archeologico preistorico, accanto al persistere per tradizione dell’uso di strumenti musicali che ri­salgono all’antichità e a musiche evidentemente primitive.

Gli esempi principali

Bronzetto itifallico compresso
Bronzetto nuragico di suonatore itifallico di Ittiri (SS)
Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Il principale indizio archeologico su cui si è concentrata l’attenzione dei ricercatori è il celebre bronzetto di Ittiri (Sassari) l’aulete itifallico del IX-VI sec. a.C., che rappresenta un suonatore nuragico di strumento policalamo. Il fascino del reperto preistorico, dovuto anche alla simbologia di fertilità maschile, e la presenza attuale e unica delle launeddas in Sardegna, con la loro originale tecnica esecutiva, costituiscono uno dei motivi di maggior fascino dell’immaginario sonoro e culturale sardo. Il musicologo Giulio Fara preconizzò la scomparsa delle launeddas, ma fortunatamente la storia lo ha smentito e oggi una grande quantità di esecutori di ogni età in Sardegna provano l’estrema vitalità di uno strumento che, insieme alla pratica del canto a tenore, è divenuto l’icona sonora dell’isola.

Il Medioevo musicale

Le miniature delle Cantigas

La principale traccia iconografica medievale delle launeddas, che fa parte di una nutrita famiglia mediterranea di strumenti ad ancia costituiti da canne, è contenuta in uno dei manoscritti delle Cantigas de Santa Maria. Le Cantigas sono canti monofonici in onore della Vergine Maria, raccolti dal re Alfonso il Saggio nel XIII secolo e conservate in quattro codici, che contengono anche raffigurazioni pittoriche di strumenti e suonatori.

Tra le numerose miniature di questo splendido strumentario medievale spicca quella che ritrae due suonatori dalle guance gonfie tese nello sforzo di soffiare in uno strumento composto da tre canne di lunghezza diversa, che la maggior parte degli studiosi ha assimilato alle launeddas della tradizione sarda.

Le testimonianze catalane

Un’altra testimonianza medievale originale della musica in Sardegna e degli stretti legami tra musica colta ed extracolta, è costituita dal Cant de la Sibilla, un antico canto in lingua catalana, che si esegue solennemente ad Alghero prima della messa di mezzanotte di Natale e che testimonia i profondi legami fra la città e la Catalogna. L’origine del Cant (in catalano chiamato Segnal dei Judici) è riconducibile a una tradizione di origini africane, che risale a manoscritti antichissimi. Dopo i divieti sanciti dal Concilio di Trento (1545-1563), l’antico canto è stato ovunque censurato ed è sopravvissuto solo ad Alghero, a Maiorca e in pochissimi altri centri; questa continuità storica ha permesso al Cant de la Sibilla di ricevere la dichiarazione di “Patrimonio immateriale dell’umanità” da parte dell’Unesco il 16 novembre 2010.

La musica nella dominazione iberica

I retabli

Nella Sardegna rinascimentale, la fonte musicale più significativa è costituita dai retabli, un patrimonio pittorico unico per le sue peculiarità, che ha trovato la massima diffusione nell’Isola nella prima fase della dominazione iberica. I retabli (termine che indica le tavole poste dietro l’altare delle chiese) sono un po’ dei quadri e un po’ delle sculture: nascono quando, dopo il IV Concilio Lateranense del 1215, i sacerdoti iniziano a celebrare la messa con le spalle rivolte ai fedeli e hanno necessità di disporre di uno spazio dipinto e attrezzato dietro l’altare, in cui deporre gli oggetti usati per la celebrazione. Presto i retabli arrivano ad occupare l’intera parete dietro l’altare, in quanto la loro caratteristica struttura a scomparti si rivela particolarmente adatta a raccontare “storie” e la parte centrale del retablo accoglie statue lignee della Madonna e icone di Santi.

Angelo mus. Porziuncola

Anche se gli autori spesso sono ancora anonimi, i retabli vengono identificati dalla prima opera attribuita a un determinato pittore. E’ il caso del celeberrimo Retablo di Tuili, collocato all’interno della parrocchia di San Pietro e attribuito al “Maestro di Castelsardo” (sec. XV- XVI). Il nome dato all’autore deriva dal borgo dove si trova il primo capolavoro attribuito allo stesso artista, artefice di altre pregevoli opere in Sardegna, Corsica e Catalogna. Nei retabli oggi presenti in Sardegna non mancano delle preziose indicazioni musicali, come attestano gli angeli musicanti del Retablo della Porziuncola, anch’esso attribuito al Maestro di Castelsardo, oggi conservato nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Nell’esempio a lato, l’angelo suona due strumenti molto diffusi in Sardegna fino al Novecento, il piffaro e il tamburino.

Il Seicento

Della vita musicale in Sardegna nel XVII secolo le ricerche ci rimandano un quadro frammentario. I documenti principali ci rimandano alla Cagliari spagnola, dove esisteva una tradizione di rappresentazioni e tornei che impiegava musiche di ogni tipologia, una tradizione destinata a durare anche dopo il passaggio dell’Isola ai Savoia. La città era allora un centro profondamente ispanizzato – la dominazione spagnola sarebbe terminata nel 1720 con il passaggio della Sardegna alla Casa Savoia – dotato di un porto e di un’università. Ma in quegli anni Cagliari si presentava ai viaggiatori soprattutto come una piazzaforte, un baluardo strategico per il controllo dell’isola e di tutto il Mediterraneo occidentale.

E’ in questo contesto culturale e sociale che nel 1653 approda un musicista aragonese, Cristobal Galan, in qualità di cantore della Cappella della Cattedrale di Cagliari, di cui sarebbe presto divenuto il direttore. Fu forse la peste del 1655 a interrompere la permanenza di Galan che lasciò la Sardegna per Madrid, dove diventerà insegnante, compositore e maestro della Cappella Reale fino alla morte. La sua presenza a Cagliari, documentata da alcuni documenti d’archivio, ci serve per stabilire una datazione della più antica istituzione musicale isolana, la Capella Civica di Cagliari, e per individuare anche in Sardegna l’impiego di mottetti, tonadillas e i villancicos, ovvero le musiche vocali e strumentali di qualità, largamente frequentate da compositori e cantori di tutta la Spagna.

Cristobal Galán, Vivir para amar, per 3 voci cornetto. violino e b.c.
Cappella Civica Cagliaritana: Simonetta Soro (tiple), Elena Ledda (alto), Riccardo Leone (tenor).
Frythiof Smith (cornetto), Giorgio Oppo (violino), Franco Fois (Tiorba), Francesco Bianco (organo), Humberto Orellana (basso di viola).

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