“Sulla musica popolare in Sardegna” di Giulio Fara

Dieci contributi del più insigne studioso di etnofonia sarda, pubblicati fra il 1909 e il 1926: uno studio del patrimonio musicologico e degli strumenti della tradizione popolare isolana.
Sulla musica popolare in Sardegna

Uno studio del patrimonio musicologico e degli strumenti della tradizione popolare isolana a cura di Gian Nicola Spanu, Nuoro, Ilisso, 1997.

Giulio Fara, pioniere dell’Etnomusicologia

Mario Giulio Fara (Cagliari 1880 – Pesaro 1949) apparteneva a due delle famiglia più in vista della città di Cagliari. Lo zio paterno, Giovanni Fara, era un conosciuto musicista, mentre quello materno, Giovanni Battista Dessy, si era formato con Mercadante al Conservatorio di Napoli, ed era stato molto attivo in Sardegna, sia come compositore di melodrammi, che come Direttore della Scuola Municipale di Musica di Cagliari.

Dopo aver svolto studi privati di musica con Giuseppe Brunetti (Direttore della Cappella Civica di Cagliari e docente nella Scuola Municipale della città) negli anni 1912-1918 Fara insegna solfeggio, armonia e canto corale, iniziando a collaborare con le principali riviste di musicologia in Italia e all’estero. Nel 1923 vince il concorso per l’insegnamento di estetica e segretario tecnico presso il Liceo Musicale “Rossini” di Pesaro dove resta in servizio fino alla morte, eccettuata una breve interruzione nel 1943, quando viene radiato dall’insegnamento per non avere la tessera del partito fascista. Dopo la Liberazione continua a scrivere e fare ricerca fino al 1949, anno della sua scomparsa.

Fara e lo studio delle musiche tradizionali

Partendo dallo studio della musica della Sardegna, Fara è stato uno studioso attento delle musiche tradizionali. Insieme ad Alberto Favara (quest’ultimo studioso della musica siciliana), Fara segna infatti gli inizi dell’etnomusicologia in Italia, quando questa disciplina veniva ancora comunemente denominata “musicologia comparata”: definizione che Fara respinge per adottare il più moderno termine di “etnofonia”.

Gli scritti raccolti col titolo Sulla musica popolare in Sardegna riguardano i più rilevanti studi che Giulio Fara, agli inizi del secolo, ha dedicato alla musica etnica dell’isola, compreso lo scritto “Genesi e prime forme della polifonia” che tratta temi più ampi e generali, ma con assidui richiami alle tradizioni sonore sarde.

Le Launeddas

I contributi probabilmente più validi e attuali sono quelli relativi agli strumenti musicali e, in particolar modo, quelli relativi alle launeddas, perché Fara osserva con attenzione e metodicamente quel che considera un oggetto sonoro speciale, sino a quel momento segnalato da demologi e viaggiatori in modo impreciso e spesso confuso con le benas.

Nel 1913, scrive un lungo saggio interamente dedicato allo strumento tricalamo, titolato “Su uno strumento musicale sardo”, nel quale sviluppa tutti gli argomenti già trattati in precedenza, arricchendo le analisi musicali con dovizia di particolari. Sulla base di ragionamenti articolati, egli affermava che le “launeddas fossero nate e vissute in Sardegna… in quanto strumento indigeno…”, ma imparentato con l’ “auloi gamèlioi” greco e con le “tibiae geminae” romane. In questo saggio ebbe anche modo di raccontare come avvenne la scoperta del famoso bronzetto itifallico, rinvenuto nei pressi di Ittiri, che documenta come in epoca nuragica fosse noto il concetto di polifonia, abbinato ad uno strumento musicale raffinato che richiede un complesso controllo esecutivo ed abilità tecnico-manuali assai sviluppate.

Nel 1926, in “Genesi e prime forme della polifonia” scriveva:

Di un originale strumento sardo io ho avuto la fortuna di trovarne la figurazione in una statuetta bronzea la quale attesta come detto strumento fosse già conosciuto all’epoca dei monumenti della Sardegna detti nuraghi, ma ciò non ci dice né ci poteva certo dire la statuetta a quale epoca l’invenzione dello strumento risalisse poiché la statuetta al contrario venne verisimilmente fusa in epoca di molto posteriore all’invenzione dello strumento e solo quando questo aveva già raggiunto una gran diffusione ed era forse salito agli onori di strumento religioso e bellico

Bronzetto itifallico compresso
Bronzetto nuragico di suonatore itifallico di Ittiri (SS)
Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Meno omogenei sono i lavori dedicati alla musica vocale, che però ci riferiscono notizie di espressioni oggi estinte, come la polivocalità dello stile a sa bastascina del territorio di Cagliari.

I Canti di Sardegna

Fara - Canti di Sardegna

Nel suo impegno pionieristico di etnomusicologo, Fara si è dedicato anche alla composizione di alcuni brani ispirati alle tradizioni musicali della sua isola. Nel 1923, infatti, ha pubblicato Canti di Sardegna. L’anima del popolo sardo (Edizioni Ricordi) una raccolta di 37 arie per voce e pianoforte basate su melodie popolari sarde. Il raffinato volume, arricchito dalle illustrazioni di Virgilio Simonetti, si collocava nell’ambito di una moda tardo ottocentesca secondo cui i folkloristi erano soliti presentare i risultati delle loro ricerca nella forma di melodie armonizzate al pianoforte.

I Canti di Sardegna di Fara riscuotono un discreto successo, soprattutto per il fascino arcaico che riescono ad evocare anche in diversi autori colti che ad essi si ispirano nell’arco di diversi decenni: Ildebrando Pizzetti, Riccardo Zandonai, Alfredo Casella, Ennio Porrino e, in tempi piu recenti, Luciano Berio, che nel 1964 compone il Motettu de tristura e lo inserisce nelle Folk Songs.


Sulla musica popolare in Sardegna di Giulio Fara è disponibile: https://www.ilisso.it/prodotto/sulla-musica-popolare-in-sardegna/

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