I Conservatori di musica in Italia

L’origine dei Conservatori di musica è antica e il loro ruolo va considerato alla luce delle politiche di assistenza e di contrasto alla povertà, attuate in età moderna nei diversi Stati europei.
I Conservatori

Nell’età rinascimentale e barocca si sviluppa in diversi centri italiani l’attività di istituzioni dedicate agli orfani, i Conservatori, che rispondono alla domanda sempre crescente di servizi musicali sia religiosi che laici, trasformandosi in vere e proprie scuole di musica.

La nascita delle prime istituzioni musicali

Le prime notizie sulle scuole di musica sono rintracciabili in Italia in epoca medievale. Tali istituzioni assumono presto il nome di “Conservatori”, in quanto nascono come centri assistenziali destinati ad accogliere bambine e bambini orfani e abbandonati, con l’obiettivo di «conservarli» e crescerli in un ambiente protetto. Inizialmente queste strutture si avvalgono soltanto della protezione di confraternite e membri del clero, per cui gli stessi orfani vengono impegnati per procurare il necessario sostegno economico, con un apprendistato nei vari mestieri dell’artigianato o con l’esercizio della musica nella liturgia.

I Conservatori, che nascono dunque come strutture caritative, si sviluppano nei secoli e si rafforzano soprattutto dopo il Concilio di Trento (1545-1563), quando nel mondo cattolico si accentua la preoccupazione etico-religiosa della salvezza e della «conservazione» della virtù. L’esperienza di organismi di ospitalità degli orfani nei quali si svolge un’intensa attività musicale è particolarmente caratteristica del panorama italiano.

Napoli – I quattro Conservatori

Il Regno di Napoli, imbevuto di cultura spagnola, aveva da tempo incoraggiato la creazione di istituti di protezione dell’infanzia più indigente, spesso abbandonata e facile preda della malavita. I Conservatori napoletani si erano sostenuti grazie ai lasciti dei benefattori più ricchi e alla quotidiana generosità dei fedeli, diventando dei complessi ben strutturati, che sfruttavano con lungimiranza il potenziale musicale degli orfani accolti presso di loro.

Inizialmente, infatti, l’attività musicale dei Conservatori era strettamente limitata al sostegno della pratica devozionale e liturgica, ma poi la domanda di servizi musicali, in una comunità come quella napoletana fortemente caratterizzata dagli usi e dai costumi iberici, si allarga a dismisura e i Conservatori si trasformano in vere e proprie scuole di musica, aperte anche ad allievi esterni e segnate da un’organizzazione sempre più ampia e articolata.

Fin dalla loro fondazione come scuole musicali, tra il 1537 ed il 1590, i quattro Conservatori napoletani avevano mostrato una certa tendenza all’aggregazione; dopo la chiusura del Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo e del Sant’Onofrio, per tutto il Seicento e il Settecento restano attivi il Conservatorio della Madonna di Loreto e quello della Pietà dei Turchini. Nel corso del Decennio francese (1806-1815), viene avviato un processo di controllo da parte dello Stato delle attività di assistenza, che conduce a inevitabili modifiche nell’assetto e nella struttura delle istituzioni.

Le due strutture superstiti vengono associate nel Conservatorio della Pietà dei Turchini e, successivamente, nel più ampio e accogliente Regio Collegio di Musica di San Sebastiano. Dopo il definitivo ritorno a Napoli dei Borboni, il re Francesco I trasferisce il Regio Collegio nel monastero di San Pietro a Majella, di cui adotta il nome, dove risiede ancor oggi la sede del Conservatorio di Musica di Napoli.

Venezia – Gli Ospedali

Analogamente, in epoca rinascimentale, erano nati a Venezia degli istituti musicali denominati Ospedali, che si prendevano cura delle trovatelle e presso i quali l’insegnamento della musica svolgeva un ruolo di grande spicco nei programmi educativi. In epoca barocca la reputazione degli Ospedali si diffonde ovunque in Europa, soprattutto per il virtuosismo strumentale raggiunto dalle musiciste e per la varietà degli strumenti che esse impiegano, molto maggiore che nei teatri.

A volte le stesse famiglie patrizie di Venezia cercano di ottenere negli Ospedali un posto per le loro fanciulle in qualità di studentesse a pagamento, e tale è la fama della musica che vi si esegue, che le loro esibizioni pubbliche diventano occasione di richiamo di tutta la nobiltà del Vecchio Continente in visita a Venezia.

Nel Settecento gli Ospedali mantengono un rapporto complementare con i teatri e svolgono un’intensa attività musicale nei periodi di chiusura dell’attività rappresentativa. Ciò consente a numerosi compositori operistici famosi – come Vivaldi, Porpora, Hasse, Galuppi, Traetta, Sacchini, Sarti, Anfossi, Cimarosa – di trovare una conveniente occupazione a Venezia anche fuori stagione, scrivendo musiche per gli Ospedali e guidandone l’attività didattica.

Il primo e più importante istituto veneziano per orfane era l’Antico Spedale della Pietà, governato da benemeriti cittadini della Serenissima; tuttavia, come a Napoli, il sostentamento dell’Ospedale era alimentato dall’impegno delle “figlie di Choro”, che suonavano e cantavano sotto la direzione di celebri maestri.

Venezia - Ospedale della Pietà
Il Pio Ospedale della Pietà sulla Riva Degli Schiavoni (1686).
Venezia, collezione privata

Le “figlie di Choro” che si esibivano alla Pietà erano generalmente una sessantina, ma di solito solo la metà di esse poteva suonare o cantare in contemporanea nello spazio limitato delle Cantorie della Chiesa. Nascoste al pubblico da una grata, esse non avevano cognome ed erano identificate tramite la particolarità della loro voce o lo strumento che suonavano. Molte di esse eccellevano nella musica vocale, ma anche in quella strumentale, suonando il violino, il violoncello, l’organo, la tiorba e persino l’oboe e il flauto.

A differenza di quanto accadeva dei Conservatori napoletani, che ospitavano solo fanciulli di sesso maschile, gli ospedali veneziani davano asilo unicamente a ragazze, alle quali era però negata la possibilità di svolgere da adulte la carriera professionale come suonatrici o come cantanti. Per motivi di decenza e di ordine pubblico, infatti, le orchestre al servizio delle corti principesche o delle istituzioni ecclesiastiche accettavano nelle loro fila solo uomini e molto raramente le donne affrontavano la carriera teatrale senza un adeguato sostegno di famigliari al seguito.

Raggiunta la maggiore età, queste straordinarie musiciste potevano perciò sposarsi (rinunciando a esprimere pubblicamente il proprio talento musicale), oppure continuare ad esercitare la loro arte e diventare maestre all’interno dell’Ospedale, insegnando alle bambine mandate alla Pietà da varie parti d’Europa in cambio di un dignitoso mantenimento a vita.

Le Riforme dei Conservatori di Musica

l primo esempio di Conservatorio statale modernamente strutturato è il Conservatoire de musique fondato a Parigi nel 1795 dalla Convenzione Nazionale, preso poi a modello nell’Ottocento dai Conservatori di Milano, Firenze, Roma. All’estero, fra i primi e più importanti, spiccano i Conservatori di Praga, Vienna, Lipsia, Berlino, San Pietroburgo. 

Nei primi anni del Novecento in Italia si punta finalmente a una riorganizzazione complessiva delle istituzioni musicali, che si concretizza, a partire dal 1912, nella cosiddetta Riforma Gentile. La riorganizzazione didattica dei Conservatori viene affrontata specificatamente in epoca fascista con il Regio Decreto del 1930, dedicato alle norme per l’ordinamento dell’istruzione musicale, che rimarranno pressoché invariate per tutto il XX secolo.

Da quel momento, nelle principali città italiane vengono aperte nuove sedi dei Licei musicali e dei Regi Conservatori. Solo nel 1999, l’ordinamento delle scuole di musica definito dal fascismo viene definitivamente superato con un intervento organico: l.egge 508 ha trasformato i Conservatori italiani in Istituti superiori di studi musicali, parte del più ampio sistema dell’AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale).

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